Un negazionismo piccolo piccolo

Quando ho avvisato in ufficio che sarei andato in vacanza una settimana molti miei colleghi si sono prima dimostrati eccitati di voler sapere dove andassimo la mia compagna ed io e poi sono rimasti male della destinazione prevista: Cracovia, con tappa intermedia a Bratislava. Difficile spiegare loro che, nella mia (nostra) impostazione mentale, quando hai a disposizione praticamente solo questo tipo di break lo vuoi sfruttare più per capire qualcosa del mondo e delle persone che lo popolano – o per dedicarti a te stesso ed a riprenderti dagli ultimi rush lavorativi – che per semplicemente spiaggiare da qualche parte.. Così ho addotto la solita scusa con cui giustifico la mia (nostra) passione per la Mitteleuropa, e cioè che da un lato ne apprezziamo il miglior rapporto qualità/prezzo rispetto a molte altre mete e, dall’altro, vi ritroviamo le nostre radici etnico-culturali (nel mio caso, secondo mio padre, provengo da una famiglia che negli ultimi duecento anni si è spostata dai Sudeti verso Trieste, seguendo lo sviluppo della ferrovia). Quando, poi, ho aggiunto che saremmo andati a visitare il campo di Aushwitz-Birkenau più d’uno è rimasto sorpreso.

Brzezinka Camp, Train Entrance

Siamo arrivati in automobile al Campo I attraverso la Oświęcimska, ovvero la statale che da Cracovia va direttamente ad Oświęcim (Auschwitz) e, incredibilmente – almeno per chi, come me, s’immaginava una zona rurale/boschiva almeno un po’ distante dalla civiltà –, dopo qualche rotonda fra cantieri e capannoni, a qualche centinaio di metri dalla città, ci siamo ritrovati difronte all’ingresso, provvisto di ampi parcheggi e già affollato di autobus pieni di comitive scolastiche provenienti da ogni dove.

A lone red shoe amongst a pile of thousands; an exibit at the Aushwitz concentration camp museumHuman hair collected by the Nazis

Alle 12.30 è partito il nostro tour e, provvisti di radiocuffie, ci siamo accodati a una guida che c’ha condotto – non si sa se sinceramente emozionata oppure abilmente espressiva – attraverso i blocchi del campo. La prima impressione, pensando proprio alle parole della guida rispetto alla scientificità dello sterminio nazista, è stata quella di essere portati a forza da un caseggiato – e quindi una piccola mostra dell’orrore – ad un altro come fossimo del bestiame: ordinati e spediti. Non so se ciò avesse uno scopo suggestivo o fosse dettato dall’esigenza di gestire adeguatamente il flusso di visitatori. Propendo per la seconda ma la sensazione è stata comunque spiacevole: specie in certi posti l’essenziale è potersi fermare a riflettere, e non avere il tempo per farlo in posti così ti fa sentire quasi irrispettoso. Alle 15.00, dopo una pausa lampo, è partito l’autobus verso il Campo II, che ci ha portato a Brzezinka (Birkenau) in pochi minuti.

Brzezinka Camp, View From A Track

Ammetto che mi aspettavo un edificio, il noto ingresso del treno, fisicamente più grande – ho visto stazioni di provincia più imponenti. Quella che nemmeno Google Maps era riuscita a suggerirmi, invece, è stata la grandezza del campo, del quale l’ala nord mi è sembrata a perdita d’occhio. È una di quelle sensazioni che i libri e le fotografie storiche proprio non possono far immaginare. In poco più di un’ora la (stessa) guida ci ha portato prima a vedere le due baracche (di legno) ricostruite – delle altre sono rimaste solo i camini in mattoni –, per poi camminare lungo la Ramp ferroviaria fino ad arrivare ai resti dei due crematori principali ed al monumento.

Brzezinka Camp, North Wing (Wooden Blocks) View

Almeno qui, grazie ad una fortunata perdita dell’autobus di ritorno al Campo I – che comunque sarebbe tornato mezz’ora dopo –, c’è stato il tempo di fermarsi e, sotto un cielo carico di nubi e lampi, riflettere sui due luoghi appena visitati. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata: «Hanno fatto bene i russi, appena liberato il campo, a portarvici in rassegna la gente del luogo: l’eventualità che non avessero idea di cosa fosse successo li dentro è non solo poco probabile – come suggerisce la Storia fatta a scuola – ma è semplicemente fuori dalla realtà».

Selection Point, Auschwitz Birkenau Alla fine del giro, sotto la pioggia battente, il sentimento che mi ha pervaso è stato molto strano. Per anni ho saputo dello sterminio nazista ma in quel momento, dopo le vetrate di capelli (e vestiti ed oggetti) di deportati, posti a disposizione del pubblico a tonnellate – immaginando pure quanta roba deve essere “non pervenuta” –-, ho provato un seppur minimo scollamento tra, appunto, quanto finora avevo saputo e ciò che in effetti è stato. Una cosa è sapere che in quel luogo sono state uccise tot persone, tutta un’altra è camminarci dentro. Ti viene voglia di negarlo, perché sul posto il fatto è così tranquillamente evidente che ti sembra incredibile. Sembra incredibile la costruzione di un impianto industriale per la trasformazione di carne in cenere, con una catena di smontaggio così tayloristicamente efficiente, come se fosse un petrolchimico oppure una manifattura. La cosa è così incredibile che non si riesce – come per altri fatti della vita magari più salienti individualmente – a negare che sia accaduta. Semplicemente si comincia a negare di essere li in quel momento, come in un sogno in cui si sa di stare sognando..