Conflitto di Classe?

Facciamo il punto della situazione: “Giovani Disposti a Tutto”, trasfiguratosi in “NON +”, ha rivelato di essere in realtà una campagna di marketing virale guidata dalla CGIL per «smontare qualche pregiudizio sui sindacati» (e chissà perché ve ne sono..?). La Repubblica.it, cogliendo la palla al balzo, ha raccolto centinaia di testimonianze sulle “proposte indecenti fatte ai giovani lavoratori, dalle quali si può evincere una fenomenologia di comportamenti, da parte della “compagine datoriale”, oramai tristemente più che noti..

  • Scarso – o per meglio dire nullo – ritorno degli investimenti personali, famigliari, negli studi (di per sé nemmeno tanto inaccettabile), sia per l’ampia disponibilità di persone “studiate” che per la generale incoerenza fra studi seguiti e mansioni offerte. Leggendo i contributi senza pregiudizi, poi, si capisce che non è il “titolo di studio” (laurea, master, etc..) a non valere, bensì è la stessa conoscenza ad essere del tutto svuotata di qualsiasi possibilità di sua monetizzazione, che sia stata appresa sui banchi oppure, ancor peggio, che si sia sviluppata durante la carriera professional(izzant)e.

  • Reiterato abuso della disponibilità delle persone che, pur essendo ingaggiate come “lavoratori pseudo-autonomi”, magari solo a tempo parziale, non solo vengono indotte a concedersi per orari estremamente più dilatati, ma vengono pure (illegittimamente) costrette a votarsi al singolo committente.

  • Erotizzazione della carriera femminile (giusto per non definirla banalmente sexual harassment), complementare alla discriminazione sessuale delle donne in età da prole. Si tratta, in entrambi i casi, di fenomeni storicamente noti, che tuttavia sembrano oggigiorno (re-)istituzionalizzarsi in maniera altamente sconfortante.

  • Marcato e diffuso “Ageismo” (discriminazione in base all’età), non soltanto basato sulle agevolazioni fiscali (e.g. in caso di apprendistato) ma anche sulle presumibili pretese, economiche e sociali, da parte dei lavoratori sopra i 35-40 anni, in totale spregio pure delle (probabilmente) maggiori competenze acquisite.

  • Soppressione – oltre a quello di continuità del rapporto di lavoro – dei concetti di malattia, infortunio e ferie (pagate o meno), pur trattandosi non solo di diritti ma anche di ottimi precetti organizzativi (a garanzia della continuità delle attività produttive e del livello di produttività delle risorse umane).

  • Cristallizzazione del fenomeno della raccomandazione.

  • Abuso della natura “contestuale” del contratto a progetto, che viene applicato non tanto come agevolazione all’acquisizione di nuova manodopera, magari in progetti dai tratti (temporali, operativi, etc..) ben definiti, ma come mera riduzione degli oneri fiscali e pertanto indifferenziatamente.

  • Scarico delle responsabilità civili e/o penali senza alcuna indennità, ed anzi in situazioni di sotto-retribuzione (che di fatto rendono illegittimo tale scarico).

  • Totale abbandono del diritto – che è contemporaneamente un’opportunità, per il datore di lavoro e per il lavoratore – alla progressione economica ed alla crescita professionale dell’individuo, anche attraverso la formazione permanente (peraltro finanziata od almeno co-finanziata). Molti datori di lavoro sembrano attendersi di trovare nel Mercato persone già abbondantemente formate (a costo dello Stato e/od individuale) da impiegare fino all’obsolescenza delle loro competenze, con probabile successivo rinnovo del ricorso al Mercato per sostituirle..

In estrema sintesi, cambiando prospettiva, i datori di lavoro stanno comprimendo al massimo il costo del lavoro, soprattutto nell’ambito impiegatizio in cui spesso questo costituisce il capitolo di spesa più significativo. Lavorando io – da dipendente a tempo indeterminato, peraltro con un CCNL niente male.. – proprio in un’azienda di questo tipo (circa l’80% delle spese in Personale) so bene che qualsiasi “afflizione” che coinvolga il motore produttivo, ossia le persone, ha come conseguenza diretta un abbassamento della qualità del prodotto creato/servizio offerto. In teoria ciò dovrebbe anche abbassarne anche il valore (di mercato).

Poiché ogni giorno, oltre ad erogare un servizio (per il quale vengo poi pagato), usufruisco anch’io di servizi, erogati da altre persone, mi chiedo: come mai questi servizi non costano meno che in passato (tuttaltro), visto che chi li eroga viene costretto, in un modo o nell’altro, a costare di meno??? Perché un patrocinio legale (o notarile..), magari supportato da una segretaria precaria e da vari praticanti “a rimborso spese”, non costa (tanto) meno rispetto a dieci anni fa? Perché qualsiasi pubblicazione (un magazine, un libro, un quotidiano, etc..), che pure sembrano fare uso massiccio di sottopagati in tutte le fasi e gli aspetti della produzione (dalle foto al content, dalle vendite al marketing editoriale, etc.) non costano meno rispetto a dieci anni fa? Perché costa (ancora) così tanto farsi spedire una vecchia fattura da un qualsiasi operatore (telefonia, energia, etc.) quando se ne può intuire il tempo e lo sforzo richiesto ed è (ormai) noto il costo orario di chi dovrebbe occuparsene?

Gli esempi si potrebbero sprecare, dai settori “protetti” – che comunque delegano galoppini precari al disbrigo delle pratiche (giuridiche, tecniche, etc.).. – a quelli più esposti alla concorrenza, effettiva o millantata che sia.. Seppur mitigata l’inflazione è cresciuta negli ultimi dieci anni, il PIL è rimasto stabile, eppure il decoro sociale è andato disgregandosi…

Io una piccola idea ce l’ho, e non mi serve nemmeno citare ipotesi di complotto per supportarla: gli Anni ‘90 hanno (erroneamente) convinto molte persone, soprattutto fra le meno evolute, che il Capitalismo potesse andare bene così, senza necessità di essere anche “ben temperato”. Fra le rimostranze raccolte da Repubblica questo atteggiamento (l’idea dell’Opportunità, della meritocrazia, dei sacrifici da self made people, etc.) appare ancora ben saldo al posto dov’era dieci-quindici anni fa, come se in mezzo non fosse successo niente su cui fare almeno una piccola riflessione..

La mia idea è che, soprattutto in questo Paese, semplicemente, la mia generazione se l’è lasciato mettere in quel posto, convinti, ognuno di noi, di essere parte attiva e non passiva di questa azione.. Poco per volta siamo indietreggiati da posizioni che ritenevamo non strategiche e che, tuttavia – chissà perché.. –, sono state subito occupate da soggetti che, muovendosi in tal senso, hanno dimostrato di essere la nostra controparte (naturale, direi a questo punto).

Liberi dai “lacci e lacciuoli” (mica quelli burocratici, però) costoro hanno potuto agire creando i presupposti per aumentare le proprie opportunità d’accumulo di ricchezze, ovviamente a discapito degli altri. Per un po’ il giochino ha funzionato: a subirne le conseguenze erano solo quelli che potevano essere considerati svogliati e/o sfigati. Poi però – trattandosi sempre di sotto-sistemi riconducibili ad un unico sistema che, seppur globale, resta sempre chiuso.. – lo stesso ha cominciato ad ingripparsi, privo sempre più della lubrificazione necessaria: la quota di lavoratori non più in grado di essere anche dei buoni acquirenti ha superato la soglia giustificabile con la Sfiga o con la svogliatezza.

Così contraendosi, il mercato ha ridotto – e continua a farlo ogni giorno di più.. – le opportunità di accumulo, concentrandole – da tradizione – su un numero sempre più esiguo di soggetti. Per tentare di far parte di questa élite, od anche solo per tenere il più lontano possibile da sé il rischio di non farne parte, l’unica soluzione adottata è quella di scaricare ulteriormente il fardello sulle spalle di chi è più indifeso. Il fatto che ciò costituisca un circolo vizioso non sembra evidente ai più..

Aspetteremo che questo circolo vizioso giri così tanto da suddividere la popolazione (di nuovo) in tre distinte classi sociali (fasce di reddito) per fare qualcosa? Secondo me l’andazzo è questo ed il fatto che l’unica forma di rifiuto a tale sistema proposta nel forum su Repubblica sia l’espatrio la dice lunga su quanto si sia sociologicamente evoluta l’autocoscienza dei lavoratori italiani: pur essendo ormai milioni i precari che versano in situazioni ben oltre la soglia che definirei “di disperazione”, nessuno pare aver considerato il fatto che oltre ad essere lavoratori sono anche consumatori, e sono anche contribuenti e, soprattutto, elettori..